venerdì 1 aprile 2022

E' e È non sono la stessa cosa

 


Un autore che si rispetti, che si voglia definire tale e che pretenda di essere letto e pubblicato non può presentarsi con un testo dove il verbo essere è scritto con l'apostrofo anziché l'accento.

Oltre a essere un errore grammaticale è indice di dilettantismo, di mancata cura e dedizione per il proprio lavoro, e denota superficialità e pressapochismo. È questa l'impressione che si vuole dare di sé nel presentarsi agli addetti ai lavori o, ancora peggio, al pubblico? Io credo di no.

Per scrivere un libro occorre tempo, tecnica, impegno, costanza e sarebbe un peccato vedere il proprio lavoro rifiutato solo perché pieno di errori evitabili con pochissima fatica. 

Ci sono infatti accorgimenti banali che concedono però al testo (e al suo autore) un salto di livello che lo rendono più appetibile e considerabile da parte di una CE.

Uno di questi trucchetti è la formula magica Alt+212. Tenendo premuto il tasto Alt sulla tastiera e pigiando la sequenza 212, apparirà come per magia la E maiuscola accentata nel modo corretto (È). 

È una delle scorciatoie presenti nella tabella ASCII dove si trova ogni genere di carattere che può essere utile nella scrittura, nella correzione o nella formattazione e uniformazione del testo.

Un altro modo per scrivere la E maiuscola con il giusto accento consiste nell'inserirla attraverso la sezione dedicata ai simboli del software di elaborazione testi .

Attenzione a non inserire quella con l'accento acuto (é). L'accento corretto per la terza persona singolare del verbo essere è quello grave (è È).

Il mio consiglio, se non avete molta dimestichezza con il software di elaborazione dei testi, o se comunque preferite concentrarvi sul contenuto del vostro manoscritto piuttosto che sulla sua forma, resta sempre quello di affidarvi a un correttore di bozze o a un editor prima di presentare il vostro testo a una CE, poiché un manoscritto può anche avere una buona trama, ma se è pieno di errori o refusi viene scartato.

Per maggiori info, correzioni di bozze o copy-editing: sarascaranna@gmail.com oppure visita il sito editingecorrezionedibozze.blogspot.it

giovedì 31 marzo 2022

L'importanza del correttore di bozze


    

Con l'avvento delle nuove tecnologie, delle app di messaggistica, della frenesia dei social networks, della velocità con cui viaggiano le informazioni sul web che amplificano la libertà di pensiero, di parola e di espressione, e sdoganando terminologie nuove che tendono a velocizzare i tempi a discapito della forma, molti credono che tale forma non sia più poi così importante.

    Ciò che conta è la sostanza, possono pensare alcuni. Be', se la vostra intenzione è scrivere messaggi su WhatsApp posso darvi ragione, ma se ciò a cui aspirate è l'essere letti da un pubblico più vasto, per raccontare le vostre idee, piuttosto che i vostri romanzi o saggi, la forma ha un'importanza fondamentale, poiché essa ha la potenza di rappresentare l'entità stessa delle idee o delle storie che narrate.

    La forma è la coccola che regalate al lettore, la garanzia che ciò che gli raccontate è il frutto di un approfondito lavoro di ricerca, della vostra professionalità e, quindi, della vostra credibilità e affidabilità.

    Determinante per il successo o il fallimento di qualunque forma di comunicazione è la sua credibilità e affidabilità. Ciò che il lettore si aspetta è che l'autore si sia impegnato su ogni singola parola che è stata scritta. Se in un testo un lettore trova refusi, difformità stilistiche, errori grammaticali o ortografici, inizia a diffidare di ciò che legge, si esaurisce così la magia che tiene avvinghiato il lettore alle pagine di un libro e che crea quell'illusione pilotata che tutto sia reale.
Allo stesso modo se il vostro intento è creare post con notizie di attualità, piuttosto che di cronaca, di finanza o di gossip, gli errori che si possono nascondere fra le sue righe possono minare la credibilità delle vostre parole e quindi la vostra affidabilità.

    Chiunque si sia cimentato con la parola scritta ha dovuto fare i conti con le creature più subdole che popolino la carta stampata: i refusi. Per quanto l'autore legga e rilegga ciò che ha scritto, qualche refuso è probabile che sfugga, anzi, è quasi una certezza matematica, ecco perché è importante affidare a un occhio esterno la loro ricerca. Nemmeno i beta readers spesso sono sufficienti, poiché moltissimi sono gli aspetti da tenere in considerazione (grammaticali, ortografici, formali, semantici ecc.) così come i trucchi del mestiere uniti alla precisione e alla professionalità di una figura preposta a presentare al meglio qualunque forma scritta.

    È importante far analizzare il proprio manoscritto a un correttore di bozze anche se si ha intenzione di proporlo a una casa editrice, poiché, spesso, un lavoro ben presentato e che necessita di poche correzioni può essere preferito e pubblicato a discapito di un altro che magari, anche avendo una trama avvincente, necessita di un imponente lavoro di editing.

    Se si ha intenzione di pubblicare in self, poi, la correzione di bozze oserei dire che è d'obbligo.


martedì 29 marzo 2022

Novità in libreria: "Io sono il mare, un'indagine del detective Rebecca Rubini" romanzo di Sara Scaranna


Disponibile da oggi 29 marzo 2022 il nuovo romanzo di Sara Scaranna: un giallo dal titolo "Io sono il mare, un'indagine del detective Rebecca Rubini" edito da Brè Edizioni.

Un romanzo avvincente ambientato nella città di Ravenna e zone limitrofe, in cui impariamo a conoscere un personaggio forte, irriverente, caparbio e che lascia il segno: Rebecca Rubini.

SINOSSI:

L’erede di una facoltosa famiglia di Ravenna muore in un incidente stradale, ma fra le increspature di una banale disgrazia, Rebecca Rubini, rinomata detective privata che mal tollera gli uomini così come le menzogne, vede trasparire il marcio di crimini ben più gravi. Che fine ha fatto Isabella Della Corte? E chi c’è sepolto al suo posto?

Rebecca è irriverente, caparbia. Tacchi a spillo e brillante intuito sono le armi con cui prende a calci la meschinità e le apparenze per scovare la verità.

Quasi per caso si trova coinvolta nella nuova indagine e, suo malgrado, deve collaborare con il commissario Salesi, una vecchia conoscenza. In comune fra loro solo l’antipatia reciproca e il peso di un inconfessabile passato che ritorna; implacabile e non fa sconti. Anche se Rebecca cerca di relegarlo in un angolo della memoria lui è lì, pronto a emergere con tutti i suoi scheletri e le brutture. I sensi di colpa diventano soffocanti, schiacciano e non fanno respirare.

Un’indagine che si snoda tra Ravenna e Bologna, tra prostituzione e sfruttamento. Riuscirà la nostra eroina e uscirne indenne?

Una trama intrigante e veloce che cela risvolti inaspettati: Rebecca riuscirà a decidere tra Massimo, uomo maturo con un passato alle spalle e Leo, il ragazzo giovane e sportivo?

 

«Voleva provare a tutti, ma in primo luogo a se stessa, che il marcio s’annidava in ogni essere vivente. La sua ostinazione per la verità, l’intransigenza verso il politically correct, erano il suo modo per far emergere il torbido celato sotto ad apparenti acque cristalline. Nessuno è innocente.»


TITOLO: Io sono il mare, un'indagine del detective Rebecca Rubini
AUTORE: Sara Scaranna
GENERE: Romanzo Giallo
PAG: 207
Disponibile in ebook e cartaceo 

domenica 26 settembre 2021

Virginia Woolf: vita, frasi e citazioni

"Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé come le pagine di un libro imparato a memoria e di cui gli amici possono solo leggere il titolo"

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"Nell'ozio, nei sogni, la verità sommersa viene qualche volta a galla"

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"La vita è un sogno dal quale ci si sveglia morendo"


Biografia

In questo piccolo antro di mondo vorrei parlarvi della più grande scrittrice d'avanguardia del Novecento. Di una donna che fece della lotta per i diritti delle donne uno dei più grandi impegni della sua vita, insieme a quello di sovvertire il romanzo classico per renderlo più moderno e rispondente ai mutamenti del carattere umano. Sto parlando di Virginia Adeline Stephen, più comunemente nota come Virginia Woolf.

Nata nel 1882 in una delle famiglie londinesi più in vista e cresciuta in un ambiente eccezionalmente stimolante, frequentò fin da bambina i maggiori intellettuali e scrittori dell'epoca, ma la rigida educazione vittoriana, che prevedeva che solo i figli maschi avessero diritto all'istruzione pubblica, fu per Virginia motivo di enorme frustrazione che mise in lei radici profonde e spianò la strada al suo futuro impegno politico in difesa dei diritti e dell'istruzione delle donne.

Virginia sopperì all'inadeguatezza dell'istruzione ricevuta dedicandosi anima e corpo alla lettura e alla scrittura e servendosi degli insegnamenti dell'amato fratello Thoby, studente di Cambridge.

Nonostante l'infanzia dorata e il grande successo riscosso dalle sue opere, Virginia non riuscì mai a gioire per la propria fortuna. La perdita della madre a soli tredici anni, del padre e del  fratello pochi anni dopo, le ambigue attenzioni del fratellastro e il forte senso di inadeguatezza crearono in lei una frattura profonda che non si rimarginò mai e ne segnò l'intera esistenza, provocandole frequenti crisi depressive che la costrinsero a ripetuti ricoveri in clinica e la portarono a tentare due volte il suicidio, la prima fu proprio dopo la morte del padre, fino al fatidico 28 marzo 1941 quando, terrorizzata all'idea di perdere per sempre la propria lucidità, si riempì le tasche di sassi e si lasciò annegare nel fiume Ouse.


“Il pieno uso delle nostre facoltà significa felicità.”

“Non faccio che udire voci e so che questa volta non ne uscirò. Ho lottato, ma non ce la faccio più.”


Scrivere era per Virginia la "grande gioia" di poter rendere reale per mezzo delle parole il disegno celato dietro il non essere, ossia dietro le apparenze della realtà quotidiana.


"Il piacere di pensarci era tale che mi sentii felice come non mi accadeva da mesi; come messa al sole; o sdraiata su cuscini; e dopo due giorni [...] mi abbandonai al puro diletto di questa farsa: che godo come non ho mai goduto niente", scrisse durante la stesura di "Orlando". 


Per quanto gioisse in quei frangenti, però, la pubblicazione delle sue opere era sempre motivo di gravi crisi: non tollerava la tensione e l'ansia per il giudizio del pubblico e della critica, poiché temeva di non essere capita e che la propria arte a cui aveva dedicato tanto impegno, dedizione ed energia rappresentasse per gli altri una mistificazione.

Fu proprio durante la snervante attesa per l'uscita di "La crociera", la sua prima opera, che Virginia tentò il suicidio per la seconda volta, ingerendo cento pasticche di Veronal, approfittando della momentanea assenza del marito Léonard. Si salvò, ma le crisi si attenuarono solo quando il suo romanzo raccolse il favore della critica e del pubblico.

Oltre alle lotte interiori, Virginia si mise in prima linea per sovvertire i canoni del romanzo classico esaminandone ogni aspetto, vivisezionandolo per renderlo più vivo e attuale. 


"Il carattere umano è mutato, si è fatto frammentario ed elusivo."

"La vita non è una serie di lampioni piantati in forma simmetrica, è un alone luminoso semitrasparente che avvolge la nostra coscienza dall’inizio alla fine. E non è forse compito del romanziere saper rendere questa qualità fluttuante, inconoscibile, inafferrabile, con il minimo intervento di ciò che è sempre esterno ed estraneo?” 


Nonostante la paura del giudizio altrui, e il timore di non essere capita o male interpretata, Virginia Woolf non smise mai di mettere in discussione se stessa e il mondo che la circondava, rifiutandosi di accettare la realtà delle cose per pura convenienza e quieto vivere. Nonostante le proprie incertezze e insicurezze lottò fino alla fine per cambiare le cose, per far sentire la propria voce e il proprio pensiero.


“Esaminiamo per un momento una mente comune in un giorno comune. Essa riceve una miriade di impressioni - banali, fantastiche, evanescenti o scolpite da una punta d’acciaio - che le provengono da tutte le parti. È come una pioggia incessante di atomi... Registriamo gli atomi così come essi cadono sulla mente e nell’ordine in cui cadono, tracciamo il disegno, per quanto sconnesso o incoerente sia all’apparenza, che ogni immagine o incidente incide sulla coscienza”.


E fu attraverso queste profonde riflessioni che prese vita l'innovazione di Virginia ovvero il monologo interiore, il flusso di coscienza che le permise di esplorare meravigliosamente l’interiorità dei personaggi. «Noi siamo zebrati, multicolori».

Il percorso narrativo di Virginia Woolf seguì pedissequamente le sue riflessioni, a partire dai primi lavori "La crociera" e "Notte e giorno" in cui Virginia dimostrò di padroneggiare la tradizione classica del romanzo, e spingendosi via via sempre più oltre immergendosi nel suo Olimpo di introspezione dei personaggi, delle loro complessità emozionali e psicologiche, e snobbando completamente la trama, considerata dalla Woolf "volgarità da giornalisti".


"Niente impalcatura, non si deve vedere un solo mattone".


La cosa sconvolgente di questi romanzi e che testimonia l'estrema bravura, la maestria e il talento di Virginia Woolf è la capacità di tenere il lettore incollato alle pagine dei suoi libri pur non raccontando nulla o quasi. In "Mrs Dollower" tutto si concentra sui preparativi di una festa e in "Gita al faro", considerato il suo più grande capolavoro, ruota tutto attorno ai preparativi di un'escursione che si compirà soltanto dieci anni dopo. È l'Io il protagonista assoluto e indiscusso nelle sue opere, tutto il resto non ha alcuna importanza, poiché per Virginia "È essere, e non fare, ciò che conta".

Oltre a vivisezionare e sovvertire il romanzo classico, Virginia si impegnò attivamente in difesa delle donne e dei diritti umani in generale, sostenendo le suffragette, battendosi per la parità d'istruzione, per l'indipendenza economica ritenuta dalla Woolf basilare per la libertà di ogni donna, e per l'affermazione della cultura femminile, diventando a tutti gli effetti una paladina del femminismo tanto che i suoi scritti, in particolare "Le tre ghinee" e "Una stanza tutta per se" furono rispolverati dalla grande ondata femminista degli anni settanta e proclamarono la Woolf antesignana anche in questo campo. Fu proprio alle donne che Virginia dedicò la maggior parte dei suoi componimenti, disegnando personaggi indimenticabili come Rachel, protagonista de "La crociera" e senza dubbio il più simile a Virginia stessa con le sue inquietudini e il suo usare l'arte (la musica per Rachel e la scrittura per la Woolf) come strumento per esternare il proprio essere, passando per l'effimera quanto profonda Mrs Dollower a cui affidò tutto il proprio sentimento nei confronti della vita e della fuggevolezza di ogni istante vissuto.


"C’è una cosa che conta... una cosa che conta, nella vita, e che viene addobbata di chiacchiere, deturpata, cancellata, di giorno in giorno, lasciata lì a corrompersi, fra chiacchiere e menzogne. Lui, invece - il suicida - l’aveva preservata. La morte è un atto di sfida. La morte è un tentativo di comunicare, allorquando si avverte l’impossibilità di raggiungere quel centro, quella meta che, misticamente, ci elude: ciò ch’è intimo diviene separato; l’estasi si dilegua; si è soli. Nella morte c’è allora un amplesso."

"Lo sa il cielo soltanto difatti perché la si ami sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno intorno a sé, disfacendola e creandola daccapo ogni momento."


Ma è ispirandosi alla defunta madre che Virginia Woolf creò, forse, il suo personaggio più intenso, ovvero Mrs Ramsay, la protagonista femminile di "Gita al faro", e fu proprio scrivendone le gesta ed esaltandone il ricordo che Virginia ne elaborò il lutto, benché con trentadue anni di ritardo.


«Probabilmente feci a me stessa quello che gli psicoanalisti fanno ai loro pazienti. Diedi espressione a qualche emozione antica e profonda. Ed esprimendola ne trovai la spiegazione e la potei riporre placata».


La sua ribellione contro il romanzo classico, da lei considerato troppo maschilista, e l'assiduo impegno per il riscatto femminile nacquero dal suo essersi sentita fin da bambina vittima di una società patriarcale, oppressiva e castrante nei confronti delle donne e le esortò a scrivere in quanto donne, orgogliose di esserlo, non dimenticando però che "La mente dell'artista è androgina". A suffragio di questa tesi spezzò la rigida identificazione sociale dei due sessi scrivendo le rocambolesche avventure di Orlando, personaggio ora uomo e ora donna, ispirato all'amica lesbica Vita Sackville West.

La forza di Virginia fu proprio quella di rimanere fedele a se stessa e alle sue convinzioni senza lasciarsi soggiogare dalle proprie debolezze e dalle difficoltà di un mondo in contrasto con il proprio essere e che la riteneva inferiore solo perché donna. Lei si oppose, nonostante i propri disordini emotivi e dimostrò di avere ragione, incrinando vetuste e radicate ideologie, sovvertendone gli schemi e innovando non solo il modo di scrivere, ma anche quello di pensare.

In un'epoca come quella attuale dove il panorama editoriale è affollato di romanzi aventi la medesima banale trama, pretesa spesso dagli stessi lettori felici di anestetizzarsi nella placida e sicura certezza di una trama senza sorprese, un’epoca protesa verso l'apparire più che l'essere e il sentire, un'epoca che privilegia l'estetica e che snobba l'introspezione, viene da chiedersi se non ci sia il bisogno della lucida follia di Virginia Woolf che sovverta gli schemi e scuota le menti per ricordarci che è nella profondità di noi stessi - e dei personaggi - che dobbiamo concentrare le nostre energie poiché è solo lì, e non altrove, l'essenza stessa della vita.





sabato 25 settembre 2021

Amor cortese, scandali e censure: l'intramontabile e indiscutibile fascino del Decamerone di Giovanni Boccaccio

 Ci sono libri intramontabili che col tempo acquistano fascino, valore e che ci stupiscono per la "modernità" nonostante i secoli che ci separano dall'epoca in cui sono stati scritti. Uno di questi è senza dubbio il Decameron o Decamerone di Giovanni Boccaccio.



Censurato in varie epoche - apparve anche nell'elenco dei libri proibiti voluto da Papa Paolo IV - tacciato come immorale e scandaloso per i suoi richiami all'erotismo bucolico tipico del suo tempo, il Decamerone resta una delle opere più importanti e famose della letteratura del Trecento europeo.

Il libro raccoglie le cento novelle che si raccontano a turno sette donne e tre uomini, trattenuti per dieci giorni fuori da Firenze per sfuggire alla peste nera, e attraverso di esse, Boccaccio racconta la società del suo tempo con l'ideale di vita aristocratico basato sull'amor cortese, la liberalità, la magnanimità, l'astuzia e utilizzando un taglio umoristico che lo ha reso un classico intramontabile, ripreso spesso in versione cinematografica da più registi, fra i quali anche  Pier Paolo Pasolini. 

Edizione del 2006 - € 50,00

“Vien dunque, Amor, cagion d'ogni mio bene, d'ogni speranza e d'ogni lieto effetto; cantiamo insieme un poco, non de' sospir né delle amarepene ch'or più dolce mi fanno il tuo diletto, ma sol del chiaro foco, nel quale ardendo in festa vivo e 'n gioco, te adorando come un mio idio.”

Del Decamerone esistono innumerevoli edizioni dalle più economiche alle più pregiate che arrivano a costare anche parecchie migliaia di euro. Sul sito ibs.it ne sono presenti parecchie perfette per impreziosire le collezioni di tutti gli appassionati.


Edizione del 1875 - € 50,00

Edizione del 1703 - € 418,00

Un'edizione esclusiva e pregiata è quella che raccoglie le prime 20 novelle di Boccaccio, 68 fregi e 55 litografie originali a colori di Luciano Minguzzi, di cui 20 a piena pagina, firmate dall'artista. Si tratta di una copia autografata dall'artista e dall'editore. È del 1975 e ha un valore di 4.500,00€

Edizione autografata da Luciano Minguzzi - 1975 - € 4.500,00

giovedì 23 settembre 2021

Jacob e Wilhelm Grimm: Tutte le fiabe. Prima edizione integrale 1812-1815 Copertina rigida – 26 novembre 2015

Le fiabe come non le avete mai sentite. 



    Quando i fratelli Grimm pubblicarono per la prima volta i loro due volumi di Fiabe del focolare, tra il 1812 e il 1815, non immaginavano che storie come Cappuccetto Rosso, Raperonzolo o Hänsel e Gretel sarebbero diventate le più famose al mondo. Eppure, quasi nessuno oggi conosce le fiabe contenute in quei due primi volumi, poiché nei successivi quarant'anni i Grimm misero in piedi un cantiere che sfornò altre sei edizioni, fino all'ultima del 1857, ognuna diversa per contenuti e stile.

    Questo volume riporta alla luce per la prima volta in traduzione italiana le 156 storie originarie raccolte dai Grimm duecento anni fa: più vicine al sentire del popolo, e dunque dirette, quasi teatrali, adatte insomma ad essere lette ad alta voce, proprio come i fratelli le trascrissero da raccontatrici e raccontatori, ascoltandoli accanto al focolare, in giardino, nei momenti di riposo dei giorni di festa.

    I Grimm spalancano davanti ai nostri occhi tutto un mondo sprigionato dalla fantasia e dalla tradizione orale, tramandato di bocca in bocca per secoli, e messo per la prima volta nero su bianco dai due pazienti e appassionati fratelli. È dunque con questa raccolta che essi diedero vita al mondo delle fiabe così come noi oggi lo conosciamo, ricco e luccicante nelle vesti sfarzose di re, principi, regine e principesse, ma anche misero eppure autenticamente vivace nel popolo di pescatori, minatori, contadine, sempliciotti e astuti... 

Età di lettura: da 6 anni.


venerdì 6 agosto 2021

Recensione: "Reo confesso" di Valerio Varesi

 


TRAMA:

Quando Soneri, camminando per il parco della Cittadella della sua Parma, si avvicina a un uomo riverso su una panchina, per capire se è solo un barbone addormentato o se è qualcuno che sta male, certo non immagina che sta per cominciare una delle vicende più assurde e intricate di tutta la sua carriera. L'uomo, infatti, tal Roberto Ferrari, confessa a Soneri di aver appena compiuto un omicidio. Ha ucciso un promotore finanziario che lo aveva rovinato sperperando in affari illeciti e cocaina i risparmi di una vita, che Ferrari gli aveva affidato. Apparentemente, l'indagine più rapida della storia del commissario Soneri, anche perché Ferrari fornisce tutte le prove che servono a dimostrare la sua colpevolezza: c'è la vittima, c'è il movente, c'è il reo confesso. Ma Soneri non è uomo di carte, o di tecnologie, o di impronte digitali. È un uomo di intuito, e il suo intuito gli dice che c'è qualcosa che non torna, che in questa apparente semplicità c'è qualcosa di sospetto. Non immagina quanto ha ragione.


RECENSIONE:

Ritengo che la prima pagina di un libro sia la più importante, poiché già da lì s’intuisce se vale la pena di leggerlo oppure no.

Nei primi paragrafi si palesa com’è stato concepito un romanzo e come l’autore ha deciso di accalappiare l’attenzione del lettore. Ai profani della scrittura questa scelta può sembrare ovvia: una storia la si comincia dall’inizio, ma non è così. Un libro può iniziare anche dalla fine o da una scena passata. Oppure, anche volendo mantenere intatto l’ordine temporale degli eventi, può iniziare con una scena ambientata in una stanza piuttosto che in un’altra, con un personaggio invece di un altro, popolando un ventaglio di possibilità pressoché infinito ed è qui che si sprigiona il talento dell’autore, nella scelta del migliore inizio possibile.

Già dalle prime battute, poi, emerge lo stile dell’autore, la sua competenza, la sua conoscenza, il taglio che ha voluto dare al libro, e il peso che esso avrà nel nostro bagaglio culturale. Ogni libro ha un peso specifico che rappresenta il lascito che esso ci donerà una volta terminata la lettura. Ci sono romanzetti di cui ci si dimentica appena si richiude la copertina (la maggior parte), e ce ne sono altri che invece li si ricorda per sempre.

Reo confesso di Valerio Varesi cade di certo in questa seconda categoria. L’ho capito appena ho letto la sua prima pagina e lo confermo ora che ne ho terminato la lettura.

Un inizio magistrale che lascia ben pochi dubbi sulla qualità di quello che si troverà proseguendo la lettura.

In un libro, oltre alla trama, io cerco l’eleganza e la raffinatezza dello stile, cerco battute a effetto e passaggi narrativi che mi sorprendano per sagacia. Cerco quindi una qualità stilistica che si discosti dalla gran parte dei romanzi che compongono il panorama editoriale moderno, e in Reo confesso” l’ho trovata.

Questa diversità la si ritrova anche nell’insolita trama: c’è un reo confesso e c’è un commissario che invece dubita che sia lui il colpevole. Il commissario in questione è il mitico Soneri, alla sua sedicesima indagine, che si aggira nei vicoli nebbiosi e affascinanti di Parma, in preda a dubbi etici e morali che profumano il romanzo della nostalgica malinconia con cui si guarda ai tempi andati.

Consiglio “Reo confesso” a tutti, poiché quando un libro è ben scritto non importa di che genere sia, vale sempre la pena di leggerlo.

Ora non mi resta che buttarmi su “L’ora buca” sempre di Valerio Varesi.

Buona lettura!


 

giovedì 8 luglio 2021

Recensione: "Isolati" di Iris Bonetti

 


TRAMA:
Cinque uomini e una donna, uno scrittore irlandese, un chirurgo francese, uno studente spagnolo, un poliziotto canadese, un narco trafficante messicano e un’aspirante attrice americana si trovano su un volo diretto in Indonesia, che fatalmente precipita nel mezzo dell’Oceano Indiano. Naufragano sulle spiagge di un’isola sconosciuta dove, andando alla ricerca dei superstiti, si incontrano. Da quel momento lottano per sopravvivere affidandosi unicamente alle loro forze. Emergono le loro capacità, debolezze e istinti, insieme al vissuto che ognuno si porta dentro e che condiziona le loro azioni, fino a offuscare il confine tra il bene e il male. Avril, unica donna, costretta a subire queste dinamiche decide di fuggire, scoprendo così che non sono soli: una tribù di selvaggi compie dei macabri rituali nella giungla. La spiaggia non è più un luogo sicuro e sono quindi costretti a cercarne un altro, addentrandosi nella foresta e affrontando innumerevoli insidie. Tuttavia non sanno che l’isola nasconde ben altro. Demoni oscuri, i maduk, narrati nelle melopee degli indigeni, vivono nelle viscere di quella terra. Un mistero cupo e minaccioso che giunge dal passato e che cala inatteso su tutti loro. Orrore e coraggio, vita e morte si miscelano con l’amore e la passione, sentimenti che man mano coinvolgono i protagonisti in un intenso rapporto che li lega fino alla fine. Un romanzo appassionante dall’inizio all’epilogo, che pagina dopo pagina sedurrà il lettore.

RECENSIONE:

Chi non ha mai sognato almeno una volta nella vita di trovarsi su un’isola deserta? Il mare, il sole, il relax, le palme e tutto ciò che di più suggestivo si può immaginare, ma con Isola, Iris Bonetti ci porge il rovescio della medaglia: la fame, la paura, il dolore, la violenza, la morte in un luogo disperso da qualche parte nell’oceano Indiano che tutto è fuorché disabitato, esso infatti è popolato da cannibali sanguinari.

Dipanare una trama complessa con sei protagonisti da caratterizzare non è affatto semplice, poiché le insidie sono dietro l’angolo così come il rischio di perdersi, sia per l’autore e sia per i lettori.

Con Isola, Iris Bonetti si districa bene in questo groviglio, mettendo in piedi un complicato intreccio di storie e avvenimenti che, pur avendo diversi punti di partenza, convergono in un unico obiettivo: sopravvivere.

Sei sono infatti le storie introduttive, una per ciascun personaggio, dislocate in luoghi diversi del pianeta e diverse sono anche le vite vissute da loro, uno scrittore irlandese, un chirurgo francese, uno studente spagnolo, un poliziotto canadese, un narco trafficante messicano e un’aspirante attrice americana, tutti però hanno qualcosa in comune: riscattare un torto o un dolore subito.

Salgono quindi sul fatidico volo per dare una svolta alle loro esistenze, riponendo in Bali la speranza di un futuro migliore.

A Bali, però, non arriveranno mai, ma quel viaggio esaudirà tutti i loro desideri di cambiamento, anche se non nel modo da loro sperato.

Ogni cosa che ci accade ci cambia. Anche la più piccola inezia può smussare gli spigoli del nostro essere o crearne di nuovi, ma trovarsi naufraghi in un’isola deserta stravolge l’esistenza, irreversibilmente e libera la parte più autentica, primitiva e istintiva di ognuno di essi per difendersi dalle proprie paure, dagli altri, dall’ambiente ostile dove bene e male si confondono, dove le apparenze ingannano e dove il buio nasconde la morte.

Isola è un romanzo pieno di avventura, crudo, a volte violento e urticante così come il vivere tale esperienza presuppone, ma è anche un romanzo colmo di speranza.

 

“La gente non vuole sempre la verità. La verità è noiosa. Vuole emozionarsi, sognare.”


giovedì 27 maggio 2021

Segnalazione: "Isolati" di Iris Bonetti

 


TITOLO: Isolati

AUTORE: Iris Bonetti

CE: Self

DATA USCITA: 21 dicembre 2019

FORMATI: Ebook e Cartaceo

N. PAG. 460

GENERE: Azione e avventura

TRAMA:

Cinque uomini e una donna, uno scrittore irlandese, un chirurgo francese, uno studente spagnolo, un poliziotto canadese, un narco trafficante messicano e un’aspirante attrice americana si trovano su un volo diretto in Indonesia, che fatalmente precipita nel mezzo dell’Oceano Indiano. Naufragano sulle spiagge di un’isola sconosciuta dove, andando alla ricerca dei superstiti, si incontrano. Da quel momento lottano per sopravvivere affidandosi unicamente alle loro forze. Emergono le loro capacità, debolezze e istinti, insieme al vissuto che ognuno si porta dentro e che condiziona le loro azioni, fino a offuscare il confine tra il bene e il male. Avril, unica donna, costretta a subire queste dinamiche decide di fuggire, scoprendo così che non sono soli: una tribù di selvaggi compie dei macabri rituali nella giungla. La spiaggia non è più un luogo sicuro e sono quindi costretti a cercarne un altro, addentrandosi nella foresta e affrontando innumerevoli insidie. Tuttavia non sanno che l’isola nasconde ben altro. Demoni oscuri, i maduk, narrati nelle melopee degli indigeni, vivono nelle viscere di quella terra. Un mistero cupo e minaccioso che giunge dal passato e che cala inatteso su tutti loro. Orrore e coraggio, vita e morte si miscelano con l’amore e la passione, sentimenti che man mano coinvolgono i protagonisti in un intenso rapporto che li lega fino alla fine. 






giovedì 13 maggio 2021

Recensione: "Blues per i nati senza cuore" di Ferdinando Salamino

 


Oggi, 13 maggio 2021 segna la fine di una lunga storia, o forse è solo il trampolino di lancio che proietta Michele Sabella nel firmamento delle stelle senza tempo.

Oggi sono emozionata e anche un po’ triste come ogni volta che si sfoglia l’ultima pagina di un libro che ti è piaciuto da morire e che vorresti non finisse mai, poiché “Blues per i nati senza cuore” è l’ultimo capitolo della saga di Ferdinando Salamino, iniziata con “Il kamikaze di cellophane”, che ha come protagonista Michele Sabella, uno dei personaggi più trascinanti, coinvolgenti e meglio riusciti del panorama editoriale moderno.

Non me ne vogliate, ma per me Michele è l’ultimo degli eroi romantici, armato di cacciavite, che non teme nulla, nemmeno se stesso, e si getta fra le fiamme dell’inferno per proteggere la sua Elena, la sua “dea di ossa”, colei per la quale mette a tacere i suoi demoni, per poi rievocarli per salvarla.

La saga de “Il kamikaze di cellophane” è un viaggio nei meandri sporchi della mente, nei pertugi baluginanti di morte, nei labirinti di follia nei quali ci si perde a tal punto da smarrire il confine tra insania e normalità. Chi è più pazzo? Chi segue i propri istinti o chi li soffoca per conformismo?

Ho avuto il privilegio di leggere in anteprima “Bluesper i nati senza cuore” e posso dire che è il mio preferito di tutta la saga. Difficilmente l’ultimo capitolo di una serie riesce a superare in bellezza i precedenti, ma Ferdinando Salamino ci è riuscito alla grande.

Il kamikaze di cellophane” mi ha entusiasmato con la sua prorompente e violenta bellezza, facendomi conoscere Michele Sabella e il suo strabiliante autore Ferdinando Salamino, la cui talentuosa penna spicca come un faro acceso nel popoloso mare dell’editoria moderna. “Il margine della notte” ha confermato il talento di Salamino e la potenza di Michele Sabella, ma “Blues per i nati senza cuore” è un vero capolavoro. Rispecchia l’importante crescita artistica di Ferdinando Salamino e la parabola perfetta del viaggio dell’eroe del suo protagonista che in questo volume, più di ogni altro della saga, strazia il cuore del lettore per poi ricucirlo senza anestesia come solo Michele Sabella può fare.

Lo stile di Salamino è impeccabile, chirurgico, pulito, perfetto, preciso, illuminante, coinvolgente e mai banale. Tutto si sposa alla perfezione per confezionare un’opera sublime e indimenticabile e assolutamente da leggere.

Consiglio a tutti la lettura non solo di “Blues peri nati senza cuore”, ma di tutta la saga e vi assicuro che poi non guarderete mai più un cacciavite allo stesso modo.

Tutti e tre i volumi sono editi dalla Golem Edizioni

Se volete saperne di più sugli altri volumi della serie ecco le altre mie recensioni


TRAMA:

Un trafiletto di cronaca nera, la fotografia di un volto fin troppo familiare e quelle parole come una sentenza sospesa: non ancora imputata. Michele Sabella torna a Milano, deciso a scagionare l’unica donna che abbia mai amato da una possibile accusa di omicidio. Elena ha davvero ucciso il marito? E cosa significano gli strani movimenti di denaro attorno alla ditta della vittima, passata dal fallimento a un’ascesa inspiegabile? Mentre Elena appare determinata a dichiararsi colpevole ed entrambi cercano di venire a patti con un passato che non ha mai smesso di tormentarli, le indagini di Michele lo portano nel cuore di un operoso villaggio della Brianza dove tutti sembrano nascondere qualcosa. A pochi giorni dall’Avvento, le tragiche conseguenze di un antico baratto vengono alla luce, reclamando un credito di sangue, e Michele scopre a poco a poco di non essere il cacciatore, ma la preda.

AUTORE: Ferdinando Salamino
EDITORE: Golem Edizioni
COLLANA: Ombre
GENERE: Gialli / Thriller psicologico
FORMATO: Ebook - Cartaceo 


 

domenica 27 settembre 2020

Recensione: "I tre volti di Ecate" di Claudia Speggiorin

 


Avevano lo sguardo impolverato di chi era scampato alla morte e fischi di bombarde conficcati nelle orecchie. Avevano facce senza più espressione e corpi mutilati, come la vittoria. Avevano ormai trincee al posto delle vene e vite rimediate da due pezze al culo. Avevano il niente che era restato. Un popolo di anime spaesate e di relitti sopravvissuti ai compagni, le cui vedove potevano lavorare in regola da qualche tenutaria, per poter sopravvivere anche loro nel sozzo di una casa.

È qui che ci porta Claudia Brigida Speggiorin, nel sozzo di una triste pagina del nostro passato, a fare i conti con ciò su cui spesso i libri di storia sorvolano. Dalle pagine de Itre volti di Ecate emerge un ammirevole, minuzioso ed emozionante lavoro di ricerca storica, poiché la trama di questo romanzo s’intreccia e si fonde agli eventi che hanno caratterizzato l’Italia e l’Europa nell’arco di tempo che va dal 1920 al 1932.

L’autrice snocciola date, incrocia letteratura, storia, fatti noti e meno noti creando la fotografia perfetta di un’epoca di cui sappiamo tutto o quasi, ma di cui spesso si ignorano gli aspetti più importanti e profondi ovvero le ripercussioni sugli uomini e sulle donne dell’epoca. Un’epoca fatta di sacrifici, di dolore, di perdite, di abbandono, di prigionia, di guerra, di povertà, di miseria, di potere, di ribellione e di speranza. Tanta speranza, quella piccola fiammella che brucia nel buio, che scalda il cuore quando il gelo incombe, il miraggio che fa avanzare, passo dopo passo, in un deserto fatto di miseria e disperazione. Ci porta al fronte fra soldati buttati in trincea e mandati al macello in una battaglia che non hanno scelto. Ci porta a combattere la lotta dei sopravvissuti, dapprima compagni, poi nemici, poi forse ancora compagni dove la miseria non conosce fazione e ideologia. Ma soprattutto, Claudia Speggiorin, ci porta fra le strade ed entro le mura lontane dal fronte, ma dove in egual misura si combatte una quotidianità privata di tutto, dove il meretricio ha il sapore della salvezza. Una salvezza amara, certo, ma meno amara di tutto il resto.

I tre volti di Ecate” è la Storia nella Storia. Il racconto della vita di Adele, dalla sua adolescenza fino alla morte. Una vita terribile, ma illuminata dalla speranza che solo l'amore sa dare.

Chi come me aveva già avuto la fortuna di leggere le poesie e le pubblicazioni di Claudia Speggiorin, non poteva che avere aspettative altissime su questo romanzo, poiché l'autrice è una Scrittrice con la S maiuscola, una rarità nel panorama editoriale attuale, una perla rara che non può che eccellere ed elevarsi su tutto il resto. La Speggiorin è un'artista della parola scritta, sa dipingere con le parole, incantarti con il suo stile poetico e disincantato al tempo stesso. Sa trafiggere con la dolcezza, disarmare e raccontare anche le cose più becere con una tale delicatezza da risultare sconvolgente. Beh, posso dire che le mie alte aspettative sono state superate alla grandissima. “Itre volti di Ecate” di Claudia Speggiorin è un vero capolavoro letterario che non potete perdervi.

La Verità è come Dio, trova sempre chi lo sta cercando.

Bevi, piccola mia, bevi. Quest’amore è tutto nostro e nessuno ce lo può togliere. Questo amore è mio, è tuo, è di tuo padre. Quest’amore è la Luce nell’ombra, colui che la vede non sarà mai cieco. Bevi, piccola mia, bevi.

Tanti anni per mettere a posto i frammenti di una vita e un solo istante per confonderli tutti.

Cos’era una settimana in una vita? Eppure, proprio quella settimana era l’unica vita che lei avesse vissuto.

Una goccia avvelenata inquina un ruscello incontaminato, ma una goccia pura non purifica un lago inquinato. Tutela ciò che hai puro, il cuore.


SINOSSI

1920. Al meretricio La Mariposa risiede una ragazza con il volto solcato da una cicatrice a forma di luna calante. Quello sfregio, unico marchio visibile di un abuso che tutti vogliono resti segreto, viene custodito dalla ragazza assieme al proprio vero nome, Adele, e all'amore per Filippo, un militare richiamato alle armi da Parigi e conosciuto durante una licenza. I clienti del meretricio la conoscono come Violetta, e tale resta fino a quando La Mariposa viene sconvolta per sempre da un omicidiosuicidio che rivela l'invidia e l'odio strisciante tra le pensionanti. Con l'aiuto del marchese Chiostri, un frequentatore del meretricio che la crede la reincarnazione di una profetessa di Ecate, Adele si lascia alle spalle l'Italia e diviene Antea, profetessa circense che, assieme alla trapezista Barbarelle, dà vita a un duo artistico che fa sognare Parigi. La precaria salute del padre la richiama però nell'Italia fascista, dove ha la possibilità di sistemare i conti con il passato. Tornata a Parigi, comincia a finanziare la propaganda antifascista e cerca di tornare alla vita del circo, ma il destino ha in serbo per lei un'altra svolta...

Dalla seconda/terza di copertina

Claudia Brigida Speggiorin è nata a Varese il 24 giugno 1975, dal 1996 lavora in un centro per il recupero delle tossicodipendenze e per la cura della malattia mentale, come responsabile delle attività riabilitative, di risocializzazione e di reinserimento sociale e lavorativo. Si occupa anche dei progetti culturali e della formazione. Ha già pubblicato Lacrime d'inchiostro su carta di riso. Piccolo libro sul destino (Leucotea) e una raccolta di racconti dal titolo MariaNeve e le altre voci nel desiderio (Eroscultura), ora non più in vendita. A gennaio 2019, con un piccolo collettivo d'autori, ha aperto il blog amatoriale "Il Paradiso di Caino" e il gruppo fb ad esso connesso.

Dalla quarta di copertina

Adele si voltò verso lo specchio incorniciato da un imponente telaio barocco. Pelle chiara e sottile, quasi lunare, trasparente come unostia. Labbra tinte di melograno, chiuse in un sigillo. Naso dritto e filiforme. Occhi perfetti, fondenti, allagati di nostalgia. Onde calde di cannella tra i capelli, sparpagliate sul seno abbottonato e una piccola cicatrice in fronte, come una falce di luna calante. Come una lettera, ma non scarlatta. Plumbea. Grigio fango. Color colpa per essere stata abusata. Color dodici anni rubati.


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