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giovedì 1 dicembre 2011

I 40 consigli di scrittura di Umberto Eco


  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare... indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. L'iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo,l’autore del 5 maggio.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  34. Non andare troppo sovente a capo.
    Almeno, non quando non serve.
  35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
  36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
  37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
  38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
  39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
  40. Una frase compiuta deve avere.

venerdì 23 settembre 2011

Accenti e apostrofi ... come, quando e perché

Cerchiamo di fare un po' di chiarezza sull'uso di questi piccoli segni assolutamente non intercambiabili.

L'accento

L'accento c'è in ogni parola e, in base alla sillaba su cui cade, ne cambia la denominazione:

  • Tronca: parola in cui l'accento cade sull'ultima sillaba;
  • Piana: quando l'accento cade sulla penultima;
  • Sdrucciola: quando l'accento cade sulla terzultima;
  • Bisdrucciola: quando l'accento cade sulla quartultima.

La sillaba accentata si chiama tonica, mentre le altre atone.

Tipi di accenti:

  • Acuto: ha la punta in basso a sinistra e indica un suono chiuso. E' l'accento da usare nei composti di che: perché, affinché, nonché; 
  • Grave: ha la punta in basso a destra e indica un suono aperto (es. caffè);
  • Circonflesso che, nella lingua italiana, non viene praticamente più utilizzato. (^).


Dopo la teoria, passiamo alla pratica: come e quando usare gli accenti? Ecco alcune regole.
E' obbligatorio scrivere l'accento nei seguenti casi:

  • con le preposizioni e (mai con qui e qua);
  • con il pronome , ma non nel caso in cui sia accompagnato (es. se stesso);
  • nelle parole tronche (es. virtù, libertà);
  • nei monosillabi formati da un dittongo con l'accento sull'ultima vocale (es. più, già, piè);
  • nei monosillabi che potrebbero confondersi con termini di uguale grafia: (es. - verbo dare - da - preposizione, - avverbio - li pronome);
  • nei composti di tre, blu, re (es. ventitré, gialloblù, viceré).


All'interno delle parole non è obbligatorio scrivere l'accento, tuttavia è possibile farlo quando si rischia di confondere il significato della parola stessa.


L'apostrofo

L'apostrofo si usa, facoltativamente, in caso di elisione: quando cade la vocale in fondo ad una parola perché essa ne precede un'altra che comincia per vocale.
VANNO accentate per esempio:

  • Be' da bene;
  • Po' da poco;
  • Da' da dai (verbo dare);
  • Fa' da fai;
  • Mo' da modo;
  • Va' da vai.
NON vanno accentati:
  • L'articolo indeterminativo maschile un (un uomo);
  • Tal e qual (qual è si scrive senza apostrofo);

L'elisione è inoltra da evitare nei seguenti casi:

  • con la preposizione da;
  • con gli davanti ad una vocale che non sia la i;
  • con la particella pronominale le (con significato di "a lei" o "a esse")



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