Journal di Matilde Manzoni è un libro di una delicatezza quasi disarmante. Non urla, non accusa, non recrimina. E proprio per questo fa male.
È il diario di una figlia malata che continua a sperare, ad attendere, a idolatrare un padre che non arriva mai davvero.
Pagina dopo pagina, ciò che colpisce non è tanto ciò che viene raccontato, quanto ciò che manca.
La scrittura di Matilde è fragile e luminosa insieme. C’è una dolcezza costante, una speranza che resiste ostinatamente anche quando la realtà la smentisce.
Matilde annota le sue giornate, i suoi pensieri, le sue sofferenze fisiche e interiori senza mai indulgere nell’autocommiserazione.
E soprattutto, continua a idealizzare il padre, a desiderarne le visite, a giustificarne le assenze.
Ogni sua attesa è carica di innocenza, ogni delusione viene smussata, addolcita, quasi perdonata in anticipo.
Ed è qui che Journal diventa un libro profondamente doloroso.
Il padre di Matilde è Alessandro Manzoni, il “padre della lingua italiana”, figura osannata, celebrata, monumentalizzata dalla storia e dalla cultura.
Ma nelle pagine di questo diario, quel padre appare per ciò che è stato nella vita privata: freddo, distante, emotivamente assente, incapace di essere davvero presente accanto a una figlia malata e fragile. E il contrasto è straziante.
Da un lato l’uomo venerato dal mondo, dall’altro il padre che disattende sistematicamente le aspettative di una figlia che non smette mai di sperare.
Matilde non lo accusa.
Non lo giudica.
E proprio questa mancanza di accusa rende il ritratto ancora più impietoso.
Lo stile di Journal è semplice, essenziale, privo di ogni volontà letteraria.
Matilde non scrive per essere letta, né per lasciare un’opera. Scrive per resistere, per dare ordine a un dolore che non trova ascolto.
È una scrittura che non pretende, non reclama amore, ma lo implora silenziosamente.
In fondo, Journal è un libro sull’amore filiale non corrisposto, su quella speranza che sopravvive anche quando non dovrebbe più.
È il ritratto di una figlia che continua ad amare un padre che non sa, o non vuole, amare allo stesso modo.
Ed è impossibile non provare un senso di rabbia sommessa, leggendo queste pagine, per quella distanza che nessun genio letterario può giustificare.
A stridere, in modo quasi insopportabile, è anche l’avarizia di parole del padre.
Un uomo celebrato come grande scrittore, maestro della lingua, capace di architetture narrative complesse e di una prosa destinata all’eternità, che nei confronti della figlia riesce a essere scarno, prevedibile, emotivamente povero.
Le poche lettere che le scrive non sono solo rare: sono spaventosamente uguali a se stesse, formali, distanti, prive di quella cura e di quella attenzione che Matilde, con la sua innocenza, continua ad aspettare.
Ed è impossibile non sentire il peso di questo contrasto: tanta ricchezza di parole per il mondo, così poca per una figlia che soffre.
Anche qui Matilde non accusa. Accoglie. Si aggrappa a quelle frasi minime come fossero abbastanza.
Ma proprio questa sproporzione tra ciò che il padre è stato per la letteratura e ciò che è stato per lei rende il silenzio — e la povertà delle sue parole — ancora più assordante.
Journal di Matilde Manzoni è un libro dolce e devastante, che smonta il mito per restituirci una verità fragile e profondamente umana.
Un testo che parla di innocenza, speranza e abbandono, e che costringe il lettore a separare l’opera dall’uomo.
«Oggi ho passato una giornata proprio bella – il tempo era magnifico; verso le 11 sono andata nell’orto con Luisina a cogliere le viole, poi abbiamo fatto tanto chiasso sul prato con Vittorina Giorgio e Bista - Che buon umore c’è in campagna […] Sono rimasta lì del tempo godendo e rêvant - Che cosa bella il vedere il bleu del Cielo fra il verde degli ulivi!!!! Che tinte!!! Non si udivano altri rumori che il canto degli uccelli, tutto spirava dolcezza e soavità! J’ai senti mon coeur hereux de battre e réconnaissant d’exister!...»
⭐ Voto: 4,5/5

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