lunedì 26 gennaio 2026

Dal romanzo ottocentesco a Virginia Woolf, fino alla narrativa contemporanea: quando la letteratura ha smesso di prendersi il suo tempo

 

Confronto tra romanzo ottocentesco e lettura digitale moderna

C’è un equivoco sempre più diffuso quando si parla di letteratura: l’idea che i romanzi “difficili”, lenti o stilisticamente complessi appartengano al passato perché inadatti al lettore moderno.
Ma forse il problema non è nei libri. Forse il problema è la fretta continua con cui viviamo le giornate, la cronica mancanza di tempo, la velocità che spinge a correre sempre e comunque per andare poi non si sa dove. I libri contemporanei rispecchiano questa tendenza a discapito di testi più “difficili” che necessitano di più tempo e concentrazione per essere compresi.

Mettere a confronto il romanzo ottocentesco, il modernismo di Virginia Woolf e la narrativa contemporanea non significa dire che “prima era meglio”, ma osservare come è cambiato il nostro modo di leggere e cosa abbiamo perso lungo la strada.

Pare che il quoziente intellettivo medio si stia abbassando e fra i vari motivi credo che un ruolo fondamentale lo si debba al fatto che ora non facciamo che delegare ragionamenti, pensieri e risoluzioni di problemi all'Intelligenza Artificiale. Non abbiamo più bisogno di ragionare per trovare una soluzione, basta chiedere all'IA e in un baleno abbiamo la risposta anche alle cose più banali.

Non c'è più la necessità di scervellarsi e questo porta purtroppo all'atrofizzarsi delle nostre capacità intellettive. Credo perciò che tornare a leggere testi del passato possa contribuire a rallentare questo fenomeno.

Ora, invece, l'editoria moderna impone testi ad alta leggibilità. Dà più valore al fatto che un testo passi in fretta, piuttosto che resti fra le mani e nella mente dei lettori. È il consumismo frenetico del mordi e fuggi, dell'usa e getta, delle cose che si rompono in fretta per costringere ad acquistarne altre, e i libri rispecchiano questa tendenza.

I grandi romanzi dell’Ottocento — da Cime tempestose a Anna Karenina, da Dickens a Balzac — avevano trame solide, articolate, spesso pubblicate a puntate.
Ma non erano affatto romanzi “facili”. Erano testi densi, linguistici, stratificati, lenti per scelta. C'era una ricerca stilistica che mirava più a mostrare la bravura di un autore piuttosto che la facilità di lettura.

La trama serviva a raccontare il mondo, la società, la morale, le contraddizioni dell’essere umano. Il lettore non era solo intrattenuto: era coinvolto, chiamato a stare dentro il testo, a decifrarlo, a riflettere.

Con il Novecento e il modernismo, il romanzo cambia funzione.
Virginia Woolf, con Gita al faro, segna una svolta radicale: la trama non è più il motore principale, lo diventa la coscienza.

Woolf è la madre del romanzo moderno perché sposta l’attenzione dall'azione all'interiorità, dal fatto al pensiero, dal “cosa accade” al “come viene vissuto”. "È essere, e non fare, ciò che conta".

In Gita al faro accade pochissimo, eppure il romanzo tiene incollati alle pagine. Non perché succeda qualcosa, ma perché lo stile diventa esperienza e obbliga il lettore a restare concentrato per capirci qualcosa.

La narrativa attuale, in larga parte, fa la scelta opposta. Spinge verso l'intrattenimento fugace, immediato, poco impegnativo.

Ogni pagina deve “servire”, ogni digressione viene tagliata, ogni rallentamento percepito come un difetto. Lo stile deve essere invisibile, neutro, funzionale, facile.

Persino le trame spesso devono rispettare rigidi canoni per essere facilmente comprensibili e perché i lettori pretendono solo quel tipo di storia. Non vogliono immergersi in altre vite, ma in quel tipo di vita all'infinito. Esempio lampante è il fenomeno del Romance.

Ma la deriva secondo me si è raggiunta con la riscrittura dei romanzi dell'Ottocento per riadattarli alla leggibilità moderna. Un fenomeno a mio giudizio abominevole.

Mi è successo recentemente con Cime tempestose. Volevo rileggerlo e ho esplorato diverse versioni ebook disponibili su Kindle e Voxa. Quello che ho trovato mi ha inorridita: testi semplificati, linguaggio “attualizzato”, struttura alleggerita.

Il risultato? Romanzi che non sono più né carne né pesce. Non sono fedeli all’originale, ma non sono nemmeno opere nuove. Sono copie snaturate, private della loro musica, della loro densità, della loro anima.

E mi sono chiesta:

se non avessi letto Cime tempestose anni fa in una vecchia edizione, e lo avessi incontrato solo ora in una di queste versioni “rivisitate”, mi sarebbe piaciuto?

La risposta è no.

Un romanzo ottocentesco non è mordi e fuggi. Chiede tempo, meritatamente, e ne vale la pena.
Non è una storia da scorrere distrattamente come una telenovela, tanto “il filo della trama non si perde”.

È un testo da leggere lentamente, da assaporare, da abitare.

In un mondo che corre sempre più veloce, dove il “tutto e subito” è diventato un valore irrinunciabile, questi libri vengono bollati come obsoleti o noiosi. Ma non lo sono: chiedono solo una disponibilità che abbiamo disimparato, ma che dovremmo riconquistare per il nostro bene.

Facendo un paragone grafico, stupido se volete, è come se oggi si scrivesse solo in Arial, font funzionale, razionale, liscio, leggibile, neutro e senza fronzoli, e avessimo perso la capacità di ammirare, leggere e apprezzare il Vivaldi, così svolazzante, ricco, armonioso, meno immediato, ma infinitamente più bello.

La mia non vuole essere una critica alla narrativa moderna. Essa è lo specchio della società. Vorrei solo porre l'attenzione su quel che ciò implica: cervelli sempre più pigri, anestetizzati, incapaci di volare con la fantasia verso mondi nuovi, diversi, e di stupirsi davanti alla magia e alla musicalità delle parole.

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