venerdì 23 gennaio 2026

Gita al faro di Virginia Woolf. Il romanzo che sfida la narrativa contemporanea

 

Copertina Gita al faro di Virginia Woolf


Gita al faro di Virginia Woolf è uno di quei libri che mettono in crisi il concetto stesso di romanzo. Non perché racconti una storia complessa o ricca di colpi di scena, ma perché dimostra, con una naturalezza disarmante, che la letteratura può esistere anche senza “trama”, o almeno senza una trama nel senso in cui oggi siamo abituati a intenderla.

Virginia Woolf è, a pieno titolo, la madre del romanzo moderno: una scrittrice che ha spostato il baricentro della narrazione dall’azione all’interiorità, dal “cosa succede” al “come viene percepito”. È l'Io il protagonista assoluto e indiscusso nelle sue opere, tutto il resto non ha alcuna importanza, poiché per Virginia "È essere, e non fare, ciò che conta".

In Gita al faro, accade pochissimo. Ruota tutto attorno ai preparativi di un'escursione che si compirà soltanto dieci anni dopo.
Eppure, pagina dopo pagina, Woolf riesce a tenere il lettore incollato al testo, nonostante non stia raccontando “nulla di che”.

Il vero movimento del romanzo non è esterno, ma interiore. Pensieri, ricordi, sensazioni, micro-variazioni emotive: tutto ciò che la narrativa tradizionale tende a tagliare perché “non fa avanzare la trama” qui diventa il cuore stesso del libro.


Non c'è nulla di tedioso, puerile, disumano quanto l'amore; eppur esso è bello e necessario.

 

In Gita al faro lo stile è il contenuto.
Virginia Woolf non usa la lingua per raccontare una storia: la usa per riprodurre la vita mentale, il fluire del pensiero, la percezione del tempo e dell’assenza.

I personaggi non “evolvono” secondo schemi narrativi classici: semplicemente esistono, pensano, ricordano, si contraddicono. Ed è proprio questa mancanza di forzature a renderli incredibilmente reali.

La Woolf dimostra che non serve un intreccio serrato per creare profondità: basta uno sguardo lucido e una scrittura consapevole.

In questo romanzo è presente forse il suo personaggio più intenso: Mrs. Ramsay, scritto ispirandosi alla defunta madre. Fu proprio scrivendone le gesta ed esaltandone il ricordo che Virginia ne elaborò il lutto, benché con trentadue anni di ritardo.


«Probabilmente feci a me stessa quello che gli psicoanalisti fanno ai loro pazienti. Diedi espressione a qualche emozione antica e profonda. Ed esprimendola ne trovai la spiegazione e la potei riporre placata».

 

Letto oggi, Gita al faro è quasi un atto sovversivo.
La narrativa contemporanea spinge sempre più verso un intrattenimento immediato, leggero, che chiede poco al lettore e che deve “arrivare subito al sodo”. Le trame devono procedere incessantemente, ogni pagina deve servire a far avanzare l’azione o l’evoluzione dei personaggi, tutto ciò che rallenta viene eliminato.

In questo contesto, il valore di un libro sembra misurarsi soprattutto sulla leggibilità, spesso a discapito dello stile.
Virginia Woolf fa esattamente l’opposto: rallenta, scava, indugia, costringe il lettore a stare dentro le parole.

E il risultato è un romanzo che non si consuma, ma resta.


Qual è il senso della vita? Ecco tutto: una semplice domanda. Una domanda che poteva non darle tregua con l'avanzare degli anni. La grande rivelazione non era giunta. La grande rivelazione non sarebbe forse giunta mai. Era sostituita da piccoli miracoli quotidiani, illuminazioni, fiammiferi accesi all'improvviso nel buio; come allora.

 

Gita al faro non è un libro per chi cerca evasione o intrattenimento rapido. È un romanzo che richiede attenzione, disponibilità e silenzio. Ma in cambio offre qualcosa che molti libri contemporanei hanno perso: profondità, tempo e verità emotiva.

Virginia Woolf ci ricorda che la letteratura non deve per forza correre. Può anche fermarsi. E, fermandosi, dire molto di più.

In un’epoca come quella attuale dove il panorama editoriale è affollato di romanzi aventi la medesima banale trama, pretesa spesso dagli stessi lettori felici di anestetizzarsi nella placida e sicura certezza di un plot senza sorprese, un’epoca protesa verso l’apparire più che l’essere e il sentire, un’epoca che privilegia l’estetica e che snobba l’introspezione, viene da chiedersi se non ci sia il bisogno della lucida follia di Virginia Woolf che sovverta gli schemi e scuota le menti per ricordarci che è nella profondità di noi stessi - e dei personaggi - che dobbiamo concentrare le nostre energie poiché è solo lì, e non altrove, l’essenza stessa della vita.

Voto: 5/5

Per saperne di più su Virginia Woolf

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