Fra tutti i libri che ho letto finora, questo è forse quello che più mi ha sconvolto. Qualche giorno fa, in un post su Facebook, si chiedeva di consigliare un libro e io, di getto, ho risposto: “Sulla pelle viva” di Tina Merlin. L’ho fatto perché credo sia un testo purtroppo ignorato, nonostante sia uno di quei libri che tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita.
Questo è uno di quei libri che ti tengono incatenato alle pagine anche quando ne conosci già il finale. Libri che raccontano una verità così agghiacciante e terrificante da farti dubitare persino della sua autenticità, nonostante sia ormai fuori discussione. Accettarla equivale quasi a un’ammissione di colpa.
Sono testi talmente sconvolgenti e, per certi versi, illuminanti, che non puoi fare altro che proseguire nella lettura, parola dopo parola, infangandoti nei fatti che raccontano, impantanandoti nei dati apocalittici che ti vengono spiattellati nero su bianco. Continui a leggere sperando che, all’improvviso, qualcosa cambi, che il libro inverta la rotta e ti riporti su percorsi più comodi e rassicuranti, perché non vuoi credere che le cose siano davvero andate così.
Ma nulla cambia. E alla fine del libro ti ritrovi svuotato, colmo di risentimento, sconcerto e paura, perché sai che ciò che è scritto su quelle pagine potrebbe accadere di nuovo.
«La storia del grande Vajont, durata vent’anni, si conclude in tre minuti di apocalisse, con l’olocausto di duemila vittime.»
Con queste poche parole Tina Merlin riassume ciò che è accaduto il 9 ottobre 1963. Parole atroci, che scuotono le coscienze e ti catapultano in una dimensione apocalittica dalla quale non c’è scampo.
Con questo libro Tina Merlin mette tutti, uno a uno, sul banco degli imputati, argomentandone responsabilità, negligenze, bassezze umane, mancanze civiche e morali che si sono accumulate per oltre vent’anni, goccia dopo goccia, fino all’inevitabile epilogo. Un epilogo reso ancora più tragico dalla consapevolezza che questa tragedia annunciata avrebbe potuto essere evitata, se solo i protagonisti di questa storia avessero fatto il loro dovere, invece di obbedire al dio denaro, alla sete di potere, di prestigio personale e al delirio di onnipotenza.
Vent’anni sono lunghi. Ed è assurdo pensare che, in tutto questo tempo, non ci sia stato un solo potente capace di rendersi conto che ciò che si stava compiendo – a colpi di firme, menzogne, ricatti, cene faraoniche e carte bollate – era un pluriomicidio premeditato, aggravato da futili motivi.
“Utilità sociale”: era questa la scusa che la SADE – che Tina Merlin accomuna ai nazisti appena scacciati – spiattellava sotto il naso degli abitanti della valle del Vajont per espropriarne le terre, inondarne le case, deturpare la natura, ignorare la saggezza popolare considerata vetusta rispetto a una scienza e a una tecnologia moderne, ma votate esclusivamente al profitto. Un’utilità sociale evocata solo a parole, per riempirsi le tasche e l’ego.
Uno degli aspetti più agghiaccianti è la collocazione temporale degli eventi. Nel 1943 l’Italia era ancora sotto assedio, piegata dalla Seconda guerra mondiale, eppure la SADE, in silenzio, preparava tutta la documentazione da presentare al ministero per ottenere l’autorizzazione alla costruzione della più grande diga ad arco del mondo. E ci riuscì.
Ciò che fa rabbrividire, oltre al tempismo glaciale e all’indifferenza verso lo stato di emergenza e le priorità di un Paese devastato, è il cinismo spregiudicato con cui ingegneri, scienziati e politici ignorarono completamente la lezione morale appena lasciata dalla guerra.
Si combatteva contro chi pretendeva di sterminare gli “inermi”, e poco dopo ci si convinse di poter fare lo stesso con i propri connazionali, colpevoli solo di vivere in una terra sulla quale qualcuno aveva deciso di mettere le mani. Gli abitanti di Erto, Casso, Longarone e dell’intera vallata furono calpestati nei diritti, umiliati, depredati, dipinti come pazzi, mentre un intero Paese ignorava la tragedia che stava maturando. Fino allo sterminio.
Tina Merlin non risparmia nessuno. Lei che, per tutta la durata della vicenda del Vajont, ha gridato dalle colonne de l’Unità lo scempio che si stava compiendo, prevedendo la tragedia, ha ricevuto in cambio una citazione in giudizio per aver diffuso “notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”.
Lei che, a differenza dei sapientoni, ha sempre ascoltato gli abitanti della valle, che riconoscevano nei boati della montagna, nelle frane e nelle scosse continue il presagio di un unico, inevitabile epilogo. E non risparmia nemmeno la stirpe maschilistica di giornalisti al soldo dei potenti, pronti a tacere fino a quando non è rimasto più nulla da raccontare se non il numero delle vittime: quasi duemila.
Fonti alla mano, Tina Merlin snocciola i numeri della tragedia, e molti sono così impressionanti da togliere il fiato. Come il solo pensiero di abitare su uno strapiombo a 54 metri sopra un lago artificiale di 150 milioni di metri cubi d’acqua, esattamente dove sorgeva Erto.
Davanti a certe cifre viene spontaneo chiedersi come sia stato anche solo possibile ipotizzare un’opera simile. Eppure non solo lo fecero, ma la realizzarono, in barba alla popolazione, alla civiltà, all’umanità, al buon senso e alla natura stessa, piegata ai loro interessi, sulla pelle viva di chi, fra quei monti, chiedeva solo di vivere.

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